STABAT MATER. Le “Metamorfosi del dolore“

Stabat Mater per archi, soprano contralto e basso continuo, di Giovanni Battista Pergolesi, opera di indiscussa bellezza e profondità di sentimento, dove solo un artigianato superiore ispirato può accedere ai misteri del dolore mistico le cui radici nascono dall’amore e dal legame di vita tra madre e figlio, per innalzarsi a dolore cosmico, dove è necessario morire per rinascere a “Vita Eterna”. Morte apparente del corpo dovuta alla condizione terrena, ma non morte dell’anima che attraverso  peripezie del pellegrinaggio terreno ritornerà  nel mondo della verità,  sostenuta dalla fede e dalla certezza che il Cristo è venuto in terra  per aprire questa porta e dare la possibilità all’uomo di conquistarsi una vita nuova. Nell’ultimo brano (“Quando corpus morietur”) dei 12 in cui è suddivisa la sequenza dello Stabat, viene descritto questo processo in maniera mirabile, le dissonanze amare sostenuto dal pizzicato di arco, come un cuore che pulsa gli ultimi battiti prima di ricongiungersi nella Pienezza dell’ Eternità realizzato con un Amen finale, denso di forza e luminosità.

Giovanni Battista Pergolesi (Jesi 1710 – Pozzuoli 1736)

Il testo dello Stabat Mater  è attribuito a Jacopone da Todi (1208-1306), un frate francescano italiano. Originariamente  non era liturgico ma cominciò ad essere impiegato come devozione appena si iniziò la sua diffusione. Entrò a far parte del messale cattolico romano come sequenza nel 1727.

Anche altri compositori furono attratti dal testo dello Stabat, Palestrina, Poulenc, Haydn, Rossini, per via dell’immediatezza del testo,  il calore e la tenerezza che da esso emana, quello di Pergolesi è uno dei più noti e costituì un importante contributo per rendere celebre il suo autore dopo la scomparsa che avvenne all’età di 26 anni.

Nel 1735 la Confraternita di San Luigi di Palazzo di Napoli gli pago 10 ducati come anticipo per avergli commissionato la composizione di uno “Stabat Mater”, che avrebbe dovuto sostituire quella di Alessandro Scarlatti, che si usava annualmente il giorno di Venerdì Santo. Il compositore in quel periodo era malato di tubercolosi e la sua salute stava precipitando e nel Febbraio del 1736 andò a vivere nel monastero dei cappuccini di Pozzuoli. Qui sempre febbricitante relegato a letto compose lo “Stabat Mater”, l’ultimo lavoro completato.

Gian Battista Pergolesi, compone la sua ultima opera (Marzo 1736)

Una pagina autografa piena di macchie e disseminata di correzioni attesta la fretta con cui scrisse. Morì poco dopo l’adempimento della commissione il 16 Marzo 1736. I suoi averi furono venduti per pagare i pochi debiti e le spese dei funerali. Fu seppellito nella fossa comune dei poveri.

Manoscritto dello Stabat Mater

La poetica dello “STABAT MATER”

Il testo della sequenza cattolica è diviso in 12 parti trattate musicalmente sia in arie (per soprano e mezzo soprano), sia in duetti. L’organico è ridotto e molto semplice, quartetto di archi e basso continuo, organo o cembalo, e ciò nonostante crea un clima di intimità altamente contemplativo, esprimendo in musica il sentimento del dolore per poi subire la sua metamorfosi nella “gioia del paradiso”, vissuta nell’ultimo brano.

La Pietà, Michelangelo

È un’opera di notevole forza espressiva, un magnifico esempio di meditazione interiore e purezza stilistica. Lo Stabat Mater fu il suo bellissimo capolavoro.

 Tra le mura del convento di San Francesco, divenuto in seguito manicomio femminile, si erano dipanati gli ultimi giorni della sua sfortunata esistenza terrena. Essendo indigente e straniero fu sepolto il giorno seguente nella fossa comune dei poveri come più tardi accadrà a Mozart all’interno del duomo della città, la cattedrale di San Procolo. Ma lui fu ancora più sventurato del celebre collega austriaco, perché fu rapito all’arte di ben dieci anni più giovane, e fu estremamente solo (al suo capezzale non c’era nessuno a offrirgli conforto) e visse in tale povertà che per pagare il funerale, le messe e qualche debito, si dovettero vendere i pochi beni che aveva portato con sé da Napoli. Il suo destino fu certamente singolare: la sua vita fu breve la sua promettente parabola musicale ancor di più. La sua esistenza fu segnata da una salute cagionevole, ma la sua attività artistica si rivelò intensa e luminosa: si compì in soli cinque anni di febbrile attività, eppure fu in grado di lasciare una manciata di composizioni indimenticabili che accompagneranno l’umanità nel cammino dei secoli.

Versetto iniziale della Sequenza

Latino

Stabat Mater dolorósa  

iuxta crucem lacrimósa,

dum pendébat Fílius.

Italiano

Sta la Madre dolorosa

presso il legno lacrimosa

mentre pende il Figlio;

Ascolto del versetto iniziale, realizzato nella biblioteca la “Magna Capitana” di Foggia

Versione in stile originale, cliccare qui.

Versetto finale

Quando corpus moriétur,

fac, ut ánimae donétur

paradísi glória.

Amen.

Italiano

E quando il mio corpo morirà

fa’ che all’anima sia data

la gloria del Paradiso.

Amen.

       Cliccare  qui:                                                                                                        

    Marco Maria Lacasella

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